Il sessismo doppio

Quasi 10 anni fa, scrissi il mio primo pezzo su un vibratore (modello rabbit). Correva l’anno 2011 e il mio ex dei tempi, assiduo lettore del blog, si incazzò. “Dove vuoi arrivare?”, mi chiese. “Cosa vuoi dimostrare?”

La risposta, in verità, era assai banale: volevo parlare di sessualità ed ero libera di farlo, libera di scegliere il tono e le parole che preferivo. Non avevo un caporedattore o un direttore a correggere il tiro, approvare, bocciare. Nessuno poteva impormi un pudore che, evidentemente, non avevo.

Una volta mia madre mi chiese perché lo facessi. Perché parlassi di sex toys, disavventure erotiche e pornografia, invece che di altro. Disse che ero brava, che non ne avevo bisogno, che avrei potuto scrivere anche di temi più “seri”. Io le risposi che ciò che facevo aveva un senso politico e un’utilità sociale (evitai di dirle anche che ne capivo più di uccelli che di economia circolare, sperequazione tributaria, o politica finanziaria).

Bisogna considerare, però, che ai tempi non era frequente parlare con una certa disinvoltura di autoerotismo, benessere sessuale, piacere, corpo…soprattutto in Italia, soprattutto al femminile. La parola “vagina” era ancora imbarazzante per i più, e gli interlocutori evoluti al massimo mi dicevano: “Ah sì, ho sentito parlare di te…sei quella dei monologhi!”. No, non sono Eve Ensler, ma grazie lo stesso.

Fatto sta che negli anni ho scritto tanto e impunemente, di cunnilingus e fellatio, sodomia e peccati carnali, e ho moderato le conversazioni e i dibattiti che sono nati da quegli articoli. Scrivevo anche, e soprattutto, di accettazione, di consapevolezza, di comunicazione tra corpi, di anatomia, di punto g, di clitoride e, quando negli anni a seguire ho incontrato ragazze più giovani, che mi ringraziavano perché ero stata la loro educazione sessuale, avrei voluto che mia madre fosse lì, presente, per farle capire cosa intendessi.

Ecco mamma, vedi? Ricordi quando dicevo che scrivere di sessualità in generale, e femminile in particolare, era utile? Anzi, necessario.

Non che ci avessi mai ragionato troppo lucidamente, ma ne avevo una chiarissima sensazione: le bufale che avevo sentito a proposito del mio corpo, nella vita, erano state troppe; una quantità imponderabile di fake news deprimenti e, talvolta, splatter:  avrei sanguinato il mar rosso di Mosé perdendo la verginità; avrei sentito dolore ma non piacere; l’orgasmo per me sarebbe stato una cosa da fingere, più che da provare; e comunque avrei dovuto perseguire quello vaginale, che è l’orgasmo delle donne giuste, invece di quello clitorideo. D’altra parte, il clitoride era un oggetto non identificato, spiegato al massimo come “un piccolo pene”, così misterioso, che era normale e prevedibile gli uomini non sapessero trovarlo. Il punto g, invece, non esisteva proprio, o forse sì, o forse boh, un po’ come lo squirting, che anche lì, alla fine, tanto è pipì, e comunque si vede solo nei porno.

Fino alla mia generazione le donne raramente si masturbavano e, in genere, attendevano che un amante particolarmente sapiente le illuminasse sui più reconditi misteri dei loro corpi. Capite bene il livello di frustrazione e disagio.

Io, dal canto mio, sono sempre stata piuttosto turbolenta (oltre che una storica fan di Sex & The City) e a 20 anni ho comprato il mio primo giocattolo, ad Amsterdam. Ho scoperto così che masturbarsi è davvero bellissimo! Che conquistare il proprio piacere è un passo fondamentale per conquistare se stesse! Che godere fa guadagnare in fascino e seduzione. Ho scoperto anche che il piacere rende libere, potenti, partecipi, padrone della propria sessualità. La notizia fu così inebriante che decisi di evangelizzare in proposito tutte le donne dell’orbe terracqueo.

Scherzi a parte, il problema della disinformazione, della diseducazione e dell’ignoranza sessuale, con tutte le sue ramificazioni e conseguenze, sociali e psicologiche, è solo apparentemente marginale. Non tanto perché ci riguarda in termini sanitari, demografici, culturali, ma anche perché, per noi donne, è un tema primario, storicamente centrale: da millenni il nostro corpo è terreno di un dibattito (per non dire lotta, se no suono troppo veterofemminista) politico, pubblico, estetico.

Eppure, la sessualità femminile, da secoli, a qualsiasi latitudine, con più o meno ferocia, viene punita, mutilata, repressa, disprezzata, avvolta in nebbie torbide di incertezza e paranoia fallica.

La libertà sessuale delle donne è usata come unità per misurare il degrado dei tempi. L’ipergamia femminile viene additata come una piaga che ha distrutto la famiglia tradizionale (con il prezioso contributo della lobby gay, of course). Come si può pensare che non ci sia bisogno di parlare di questi argomenti? Di rivendicare conoscenza e autorevolezza sul nostro corpo, sul nostro piacere, sulla nostra salute psicofisica?

Prendete la pubblicità. Sappiamo tutti che Facebook è diventato una specie di cloaca a cielo aperto nella quale circolano le peggiori nefandezze. Ciononostante, io non posso fare promozione su Facebook. I miei contenuti (sostanzialmente divulgativi), non sono in linea con le guidelines della community. Ma non è una mia lotta personale, sia chiaro. Ovunque, chiunque voglia parlare di sessualità femminile, benessere intimo, prodotti che rendono migliore la qualità della sfera sessuale, non può. Cioè possono, ma non possono promuoversi. Non possono, appunto, farsi pubblicità.

È ironico, se ci pensate, oltre che sessista. Da decenni, qualunque ferramenta, hotel, catena alimentare, profumo, brand di moda o beauty, automobile, orologio, marchio di silicone, pezza per pulire i pavimenti, qualunque tipologia di azienda, locale o multinazionale, usa la nudità femminile per sponsorizzare i propri prodotti e i propri servizi. Le donne possono essere strumentalizzate dalla pubblicità, ma non possono usare la pubblicità come strumento di emancipazione. La lettura è interessante, se la si colloca nel 2019, nel mondo occidentale. È un sessismo doppio, anzi al quadrato.

Certo, il conflittuale e strumentale rapporto tra marketing e femminilità non è un tema nuovo, ma oggi è possibile fare qualcosa per cambiare la situazione. Pureeros, per esempio, insieme a Dame e ad altri brand, è partner di una campagna contro il sessismo nella pubblicità chiamata Approved Not Approved.

Voi direte: e cosa c’entra questo con l’emancipazione? Tutto.

C’entra perché la consapevolezza è cultura, la cultura è libertà, e la libertà è potere. E non significa, come ci hanno fatto credere, che la nostra amata vagina sia uno strumento da usare per trarne vantaggi, o una merce da contrabbandare in cambio di favori (quello che viene volgarmente definito “il potere della figa”).

C’entra, piuttosto, perché certe resistenze verso argomenti che dovrebbero essere normalissimi, dimostrano solo una cosa: per qualcuno, evidentemente, l’idea di una donna pienamente padrona della sua testa, del suo utero e della sua figa, è ancora ripugnante. Sconveniente. Inappropriata. Spaventosa.

Solo che noi, dirette interessate, non siamo affatto d’accordo.

Dunque firmiamo. Qui. 

(Scrittrice)

Femminista Radicale (ma anche scrittrice, giornalista senza tesserino, opinionista e qualunquista con passione).

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